29 gennaio 2012

ART. 18 , welfare positivo e cittadinanza attiva.

L'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge 20 maggio 1970, n. 300) afferma che il licenziamento è valido solo se avviene per giusta causa o giustificato motivo.
In assenza di questi presupposti, il giudice dichiara l'illegittimità dell'atto e ordina la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro.
Nelle aziende fino a 15 dipendenti è possibile ricorrere alla riassunzione o al risarcimento, piuttosto che alla reintegrazione. Nel caso della riassunzione, il dipendente perde l'anzianità di servizio e i diritti acquisiti con il precedente contratto. Nel caso del risarcimento, questo può arrivare fino ad un massimo di 6 mensilità a differenza delle 15 previste nelle aziende con più di 15 dipendenti.
Sul piano pratico, la differenza tra giusta causa e giustificato motivo si basa sulla maggiore o minore gravità del comportamento con riguardo soprattutto al vincolo fiduciario inerente il rapporto di lavoro.
In breve, in caso di licenziamento per giustificato motivo, il datore è tenuto a dare un periodo di preavviso, stabilito dai contratti collettivi, oppure, se vuole estromettere subito il lavoratore dall'azienda, è tenuto a corrispondere al lavoratore una indennità di mancato preavviso.
In caso di licenziamento per giusta causa, invece, il rapporto si interrompe immediatamente e il datore non deve corrispondere alcuna indennità.
Inoltre, si suole distinguere tra giustificato motivo soggettivo (se il motivo del licenziamento è inerente ad un comportamento del dipendente), e giustificato motivo oggettivo (se il motivo del licenziamento è inerente all'attività produttiva).
Nella prospettiva di cambiare la situazione occupazionale, si è aperto negli ultimi mesi in Italia un dibattito sulle modifiche dell'art. 18.
Da una parte, si schierano coloro che credono che modificare l'art. 18 voglia dire intaccare anche le altre tutele dei lavoratori.
Dall'altra parte, invece, si schierano coloro che vogliono superare un diritto del lavoro che sembra tutelare solo i dipendenti a discapito dei precari.
Ma cosa vorrebbe dire non prevedere l'obbligo di reintegrazione?
Si incentiverebbero le aziende ad assumere (soprattutto quelle con meno di 15 dipendenti)?Oppure si finirebbe per creare un'ulteriore precarizzazione?
Nella maggior parte dei Paesi europei, esiste l'obbligo di reintegro in caso di licenziamento ingiusto.
Laddove non esiste, sono previsti comunque dei risarcimenti, la facoltà di reintegro e delle indennità compensatorie molto più generose di quelle previste in Italia.
In Belgio, patria della flexicurity, non esiste nè il diritto, nè la facoltà al reintegro, ma solo un risarcimento. Questo, comprende il periodo di preavviso e un rimborso danni pari a sei mensilità. In Belgio, tuttavia, la flessibilità del mercato del lavoro è accompagnata da altrettante politiche attive del lavoro che permettono una veloce ed efficace riallocazione delle forze lavoro.
Dunque, è davvero necessario intervenire sull'art. 18 per aumentare l'occupazione?
Oppure prima è auspicabile intervenire su altre aree del diritto del lavoro?
In un'ottica di comparazione, si potrebbe prendere spunto dal Manifesto del New Labour Party scritto da Anthony Giddens.
Questo illustra una “terza via” fra il liberismo e la socialdemocrazia.
Tra i suoi punti principali, vi sono l’uguaglianza e il sostegno degli svantaggiati, ma anche la “società civile attiva” e il “welfare positivo”.Semplificando, si dovrebbe intervenire sulla società e sull'economia nel suo complesso. Prima di esporre al rischio i lavoratori (i dipendenti subordinati che perderebbero la garanzia del posto di lavoro), è necessario intervenire per prevedere misure che prevedano la liberazione dal bisogno.
Si prevede, cioè, l'abbandono dell'ottica puramente assistenzialista dello Stato a vantaggio di uno Stato che permetta a tutti ,senza distinzione, di accedere alle stesse opportunità tramite adeguate politiche attive del lavoro.
E in questa prospettiva, ognuno sarà libero di assumersi le proprie responsabilità e i propri rischi.
Da ciò, ne deriverà un investimento dello Stato nella società. E solo nel lungo periodo si potrà assistere al nascere di una vera cittadinanza attiva. In definitiva, si deve superare il dualismo del dibattito.
Tra chi sostiene che l'art. 18 sia la garanzia del posto di lavoro e chi sostiene che, invece, rappresenti la garanzia di non trovare un posto di lavoro, è necessaria una terza via.
Dott.ssa Loredana Caravello per O&A Centro Affari

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