28 dicembre 2012

LAVORARE DA CASA DECREMENTA LA PRODUTTIVITÀ E GLI SPAZI DI COWORKING APPARTENGONO AL PASSATO

 Link articoli originali:
Ringraziamo Carlo Introvigne di Terrazza Solferino per la traduzione.
 

Avere un ufficio a casa può essere comodo: ci si può mettere al computer appena usciti dal letto, non si deve mettere addosso nient’altro che una vestaglia, non ci si deve più spostare da casa all’ufficio e soprattutto si ha più tempo per se stessi e per la propria famiglia. Tuttavia, in base ad una recente analisi condotta da Regus, le persone non riescono a concentrarsi lavorando da casa. Regus, la catena mondiale di business center, ci suggerisce un’altra novità: gli spazi di coworking appartengono al passato! Anche quando persone che vanno d’accordo lavorano insieme nello stesso luogo, la sommatoria degli spazi individuali non è paragonabile ad un network globale come Regus. Come può questo non contare, ed essere costantemente ignorato? Cercheremo di scoprirlo insieme con questo articolo. Per alcune persone lavorare da casa è una bella comodità: sostengono che possono lavorare in maniera più efficiente. Eppure, la verità è che per la maggior parte di essi il lavoro da casa non è una buona scelta, come dimostrano i recenti studi che andiamo a presentare. A parte il fatto che il 40% delle persone che lavorano da casa lamentano difficoltà di concentrazione, l’altro 60% percepisce comunque la distrazione dovuta al fatto di dover dividere lo spazio casalingo con altri. E non è tutto. Molti riportano disturbi di postura dovuti al fatto che stanno seduti in uffici improvvisati a casa, e ciò può spesso condurre a stati cronici. Inoltre, un terzo dei lavoratori da casa si sentono insoddisfatti perché l’ambiente che li circonda non è professionale e perché sentono la mancanza di un equipaggiamento da ufficio. A ciò si aggiunga la distrazione dovuta al campanello, alla lavatrice, alla lavastoviglie, etc.. 

 Nell’ufficio casalingo, non tutti possono lavorare professionalmente. Questa indagine è stata condotta da Mindmetre, commissionata da Regus ed ha incluso 24.000 persone proveniente da grandi, medie e piccole imprese in 90 stati. Molti dei risultati di questo studio confermano le conclusioni già raggiunte dalle indagini sul coworking svolte negli scorsi anni. “Anche se la popolarità del lavoro da casa è in crescita, più persone lo provano più appaiono evidenti gli svantaggi”, sostiene Michael Barth, CEO di Regus Germania. “Non è sempre facile conciliare a casa le esigenze private con quelle professionali”. “Al di là dei risultati della nostra indagine, ci sono altri studi che dimostrano come le persone che lavorano da casa si sentano isolate e soffrano lo scarso contatto sociale. In un ambiente flessibile e multi-uso invece, è inevitabile fare nuove conoscenze”. Per quanto riguarda la maggior parte degli spazi di coworking, succede praticamente sempre di fare nuove conoscenze. Noi di Deskmag siamo felici che le persone di Regus leggano il nostro magazine online dimostrandoci una grande affezione. Ad ogni modo, secondo le nostre indagini, non è importante stabilire se si lavora da casa, ma quanto spesso lo si fa. Il 90% dei lavoratori almeno ogni tanto lavora da casa, ma nella maggior parte dei casi non si tratta del loro luogo di lavoro principale. Infatti, essi hanno un luogo dedicato al lavoro dove si concentrano, e non si sentono isolati. Spesso sentiamo discussioni su cosa sia una spazio in coworking, a cosa non lo sia. Regus ripete la sua opinione in un dibattito che va avanti ormai da lungo tempo. Recentemente hanno dato le seguenti definizioni di spazio in coworking: qualcosa “che fa parte del passato”, con “persone che vanno d’accordo e dividono gli spazi”, che “ha a che fare con una dot.com o una start-up ad alta tecnologia” oppure solamente “un luogo con un limitato numero di postazioni dove non sempre le persone vogliono lavorare”. Regus invece definisce il coworking come “una rete globale di luoghi dove lavorare in un ambiente ad elevata professionalità e con un mix di possibili lavori da svolgere”. La società, con i suoi 1200 business center sparsi in tutto il mondo, fa riferimento soprattutto a se stessa. Eppure un ambiente ad elevata professionalità ed un mix di spazi lavoro viene offerto anche da tanti altri spazi di coworking del passato, anche se non operano sotto uno stesso brand come può essere Regus. Sfortunatamente, la definizione data da Regus contiene almeno tre errori: PRIMO, il coworking non si riduce ad una location, o ad un numero. Pone la questione del desiderare o quantomeno dell’accettare di lavorare con altri. Il coworking è basato più sulla fiducia e sull’affezione che non sui contratti e sugli ordini. SECONDO, la ragione per la quale ci sono molte persone che vanno d’accordo negli spazi di coworking è perché probabilmente hanno gli stessi gusti quando si tratta di scegliere come lavorare e cosa hanno piacere di trovare nel loro luogo di lavoro. Vorreste mai lavorare fianco a fianco con qualcuno che non potete sopportare? La verità è che ci sono molti spazi di coworking, con differenti occupanti, nonché differenti obiettivi e stili. 


Regus fa un errore quando si concentra principalmente su luoghi di lavoro standardizzati, usati principalmente per impiegati d’azienda, che raramente scelgono i propri colleghi. Ma d’altra parte, come ogni società Regus necessita di attrarre clientela, e questa è spesso rappresentata da altre aziende più che da impiegati di altre aziende. Più l’azienda è grande, più gli ambienti di lavoro vengono condivisi, con uno stile gradito al management o alla proprietà. Per questo motivo, spesso si cade nell’equivoco di pensare che il coworking sia per le grandi imprese. Tuttavia, se ci facciamo caso, quando una grande impresa utilizza gli spazi in coworking per ciò stesso si assottigliano le differenze tra i vari livelli di impiegati, cui vanno necessariamente attribuiti diritti e libertà simili, trattandoli più come azionisti che come dipendenti. TERZO, già un anno fa abbiamo avuto modo di mettere in luce come gli spazi in coworking ed i business center non siano in alcun modo in concorrenza fra loro. I loro target di clientela di sovrappongono solo marginalmente. I rispettivi proprietari possono dunque dormire sonni tranquilli. 

Gli accantonamenti a lungo termine non si svalutano. Gli accantonamenti a lungo termine necessitano di studi scientifici perché altrimenti sono impossibili da analizzare. Facciamo un esempio: cerchiamo di dare una definizione di “biblioteche”. Non solamente le biblioteche offrono libri, lo fanno anche le librerie, i negozi online ed addirittura gli amici. Come possiamo allora definire una “biblioteca”? Guardando alla sua realtà ontologica, al suo nucleo tangibile. Allo stesso modo, dobbiamo sottolineare la differenza tra gli spazi in coworking ed i caffè, le biblioteche, i business center. Hanno delle similitudini ma non sono la stessa cosa, ogni luogo ha le sue peculiarità. Inoltre, ci sono buoni e cattivi caffè, buone e cattive biblioteche, ed ovviamente anche buoni e cattivi spazi per il coworking. Dobbiamo fare riferimento all’esperienza individuale degli utenti. Ad ogni modo, su un punto possiamo concordare con le analisi di Regus: “La cosa preoccupante è che quasi uno su cinque dei soggetti che lavora da casa lamenta disturbi di postura dovuti al luogo di lavoro non professionale ed improvvisato” – dice il CEO di Regus Germania. Bene, allora possiamo dire che sedute (e scrivanie) comode ed ergonomiche sono certamente una parte essenziale di un buon luogo di lavoro!

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